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L'8 in campo

“L’8 in campo” era ed è tuttora l’unica iniziativa di stampo sportivo che all’interno del territorio dell’Esquilino viene organizzata in coincidenza con la Giornata internazionale della donna. In collaborazione con l’Associazione dei genitori della Scuola Di Donato, insieme a varie realtà sportive della città, abbiamo provato e proviamo a focalizzare l’attenzione della cittadinanza sul gender gap ancora enormemente vistoso nel nostro paese e sugli stereotipi che in molti casi impediscono alle bambine di realizzare liberamente i loro desideri e impiegare il loro tempo per praticare lo sport che più interessa loro in quel momento della loro vita.

L’Associazione, impegnata ogni giorno a promuovere intercultura e mutualismo, anche attraverso lo sport, ha condiviso con noi fin dalla sua prima edizione l’idea di proporre degli eventi all’insegna della lotta agli stereotipi di genere, contro ogni forma di discriminazione, per celebrare insieme la bellezza dello sport inclusivo, antirazzista e antisessista.

L’Italia non è decisamente un paese di sportivi. Un rapido confronto con i principali paesi europei, come Germania e Francia (perfino peggiore il discorso rispetto a paesi più piccoli, come l’Olanda o la Danimarca) ci restituisce un quadro impietoso. Nonostante i numeri negli ultimi anni siano leggermente migliorati, il divario resta abissale: in Italia pratica uno sport, un’attività fisica, meno del dieci per cento della popolazione, lontanissimo dal trenta per cento dei tedeschi e francesi. 

All’interno di questo quadro non stupisce che il divario tra uomini e donne sia così ampio e che le risorse economiche siano sempre state destinate ai primi, a discapito delle seconde. Dei quasi cinque milioni di sportivi che ci sono in Italia secondo il Coni, infatti, scopriamo che solo il 25 per cento è costituito da donne. Un dato incredibile che dovrebbe far riflettere.

Ma se oggi, a quasi un secolo di distanza dalla prima partecipazione di atlete italiane alle Olimpiadi, ci troviamo di fronte a una situazione ancora così problematica non è certo per il retaggio che il passato esercita ancora sul presente, quanto per l’incapacità del mondo dello sport di costituire una spinta dinamica, di essere motore di trasformazione dei rapporti sociali e invece di essere molto più spesso (soprattutto in una fase storica profondamente restaurativa come la nostra) uno strumento di riproduzione e cristallizzazione di quei rapporti. Il perbenismo piccolo-borghese che si preoccupava di quanto lo sport potesse virilizzare la donna non esercita probabilmente più lo stesso condizionamento che in passato, molto più determinante, pensiamo, è il fatto che a dirigere lo sport, nel nostro Paese, e a parlarne, siano ancora quasi esclusivamente uomini.

Per tutti questi motivi, l’8 marzo di ormai quattro anni fa, insieme all’Associazione Genitori Di Donato, abbiamo pensato che potesse essere utile fermarsi a riflettere, insieme alle realtà dello sport popolare che provano tutti i giorni a praticare strategie di educazione diverse, come l’Atletico San Lorenzo, gli All Reds, il CCCP 1987, e insieme a quelle realtà che si occupano di curare gli spazi pubblici e restituirli alla cittadinanza proprio perché possano essere rivissuti, attraversati, utilizzati in una cornice bella, accogliente, curata. 

Ancora troppi stereotipi, pregiudizi, condizionamenti di vario tipo impediscono ai bambini e alle bambine di affrontare la scelta di praticare una disciplina sportiva spontaneamente e liberamente. E questo non avviene solo in contesti socio-culturali più difficili, dove le risorse economiche sono minori, dove l’esaltazione di alcuni modelli può avere ricadute maggiori, ma anche in ambienti teoricamente meno sottoposti a queste pressioni. Per affrontare una simile problematica, l’unica strada che abbiamo a disposizione è ragionare collettivamente e provare a riconoscere come anche involontariamente tutti e tutte siamo ancora immersi in una cultura profondamente patriarcale e trasformarla dipenda in buona misura dalla capacità di riconoscerlo.

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